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giovedì, ottobre 14, 2004

Domande sulla SATIRA. Intervista di DANIELE LUTTAZZI a DARIO FO

Daniele Luttazzi: Vorrei cominciare da un ricordo che ci riguarda entrambi. Io avevo 13 anni. Santarcangelo 1974, Festival del Teatro. Tu facevi "Mistero Buffo". La ricordo come una serata indimenticabile. È stata una specie di imprinting. Non capivo la maggior parte delle battute perché erano oltre la mia comprensione, ovviamente, ma mi divertii moltissimo perché tu facevi il grammelot e tante altre cose e fu uno spettacolo meraviglioso. All'epoca "Mistero Buffo" fece scandalo. Dopo 30 anni, il premio Nobel.

Dario Fo: Te lo auguro

Grazie. Ma veniamo al motivo dell'incontro. In queste ultime settimane un sacco di politici e giornalisti hanno voluto spiegare agli italiani che cos'è la satira. "La satira deve deformare, non informare" e altre amenità del genere. Io voglio usare il classico argomento d'autorità. Chiamo te e ti chiedo: "Dario, cos'è la satira?"

Posso dire che è un aspetto libero, assoluto, del teatro. Cioè quando si sente dire, per esempio, "è meglio mettere delle regole, delle forme limitative a certe battute, a certe situazioni", allora mi ricordo una battuta di un grandissimo uomo di teatro il quale diceva: "Prima regola: nella satira non ci sono regole".

E questo penso sia fondamentale. Per di più ti dirò che la satira è un'espressione che è nata proprio in conseguenza di pressioni, di dolore, di prevaricazione, cioè è un momento di rifiuto di certe regole, di certi atteggiamenti: liberatorio in quanto distrugge la possibilità di certi canoni che intruppano la gente.

Quindi questo è un po' il suo obiettivo, diciamo. L'obiettivo della satira.

Certo. Di rompere gli schemi, le posizioni e di arrivare a liberarsi dalle convenzioni.

La satira ha dei limiti? Perché abbiamo visto gente mettere paletti: questo lo puoi fare, questo non lo puoi fare.

Ci sono dei limiti che realizza l'attore. Ma non per frenare, o per pudori e via dicendo. Lo fa per una conseguenza di ritmi, di tempi, di andamenti. Tu puoi dire la cosa più triviale, così ad acchito, e può diventare fine, addirittura poetica.

C'è una sequenza, per esempio, che io mi ricordo. È la storia di un sesso femminile che ad un certo punto diventa indipendente. "La parpaia topola", si chiama. Una ragazza racconta di aver dimenticato il suo sesso su un chiodo con l'acquasantino perché andava in chiesa e temeva di perderla lì nella chiesa e magari qualcuno ci scivolasse sopra, le rompesse la grazie, l'armonia. Ebbene: è tutto al limite della trivialità, dello scurrile. E alla fine diventa uno dei momenti più alti di poesia di tutto quello che abbiamo.

Quindi, in realtà, il buon gusto non è un criterio per giudicare la satira?

Anzi. Che cosa significa "buon gusto" in questo caso? Il buon gusto a mio avviso, se esiste, esiste proprio nella dimensione del banale. Ci sono delle persone che raccontano storie che in apparenza si limitano al banale e che sono espressioni di un cattivo gusto orrendo. Ad esempio, certe barzellette raccontate da certi politici. Berlusconi, fai conto. Gliene ho sentita raccontare una che era di un cattivo gusto, di un osceno incredibile. Era ributtante.

Non la ripetiamo. Perché rovinare la serata?

No, no. Lasciamola lì.

C'è un tema che m'intriga: "La cacca e il suo uso nella satira di tutti i tempi". Parliamone.

Devo dire che si potrebbe parlare per una giornata intiera proprio recitando pezzi del teatro satirico antico a partire dai greci, quindi dai romani, eccetera. Tutto "Mistero Buffo" è realizzato su queste chiavi. Per esempio, la nascita di Ruzante, oppure un pezzo famosissimo che è la fame dello Zanni. Questo Zanni affamato oltremisura si torce finché decide di mangiare se stesso. Nell'assurdo, nel paradosso, immagina di infilarsi un braccio dentro la gola, di tirarsi fuori le budella e poi le pulisce pian piano dello sterco e ogni tanto guarda la cacca e pensa che forse alla fine mangerà anche quella per la fame che ha. E poi c'è la prima volta che noi vediamo un testo scritto, un canovaccio svolto per intero, alla nascita di Arlecchino. Arlecchino si presentava in scena, calava le brache, faceva la cacca e poi la gettava al pubblico. Naturalmente c'era gente che sveniva.

Questa può essere un'idea. Se la mangiava anche?

Se la mangiava, alla fine. La cosa più incredibile è che il re applaudiva per primo perché il re sapeva che era cioccolata, naturalmente. Ma questo non era fine a se stesso. Serviva a provocare un pubblico che era a dir poco snob, distaccato, che rideva mal volentieri, che partecipava soltanto perché voleva essere vicino al re, ma non aveva nessuna gioia, nessun afflato. E allora il re era ben contento che questa provocazione realizzasse un capovolgimento della situazione.

Qualcuno ha suggerito che la satira, confermando lo status quo, potrebbe al fin fine essere reazionaria.

No. La parte reazionaria del discorso del comico è lo sfottò. C'è una grande differenza fra il teatro sfottò e il teatro di satira. Il teatro di satira è sempre morale. Infatti si chiamavano "Moralie". Non a caso un giullare, S. Francesco, usava molte volte la provocazione in senso religioso. Per esempio, quando papa Innocenzo, per la prima volta, accoglie Francesco e lo sente parlare. Naturalmente Francesco fa delle proposte per quanto riguarda l'idea che ha della religione e del modo di esprimerla che lo irritano. Perché subito dice il denaro, toglierlo di mezzo; la Chiesa non deve avere denaro, non deve avere interessi, non deve raccogliere la carità, perché chi gestisce la carità ha il più grande potere, più grande di quello dell'Imperatore. Cose che irritano il papa.


posted by: broiolo at 18:24 | link | commenti
categories: satira